Il sostegno alla crescita delle imprese guarda ai finanziamenti alternativi

Non ci sono solo le banche tra gli interlocutori delle imprese, quando è necessario trovare forme di finanziamento. Possono, infatti, spesso entrare in gioco alcuni canali alternativi, legati soprattutto a esigenze di sviluppo:

  • il private equity;
  • il venture capital;
  • la Spac;
  • la quotazione in borsa:;
  • il private debt.

Questi oscillano tra equity e debito, ma vanno attentamente analizzati sotto il profilo del costo che comportano e dei vincoli che introducono (si veda anche Il Sole 24 Ore del 26 gennaio 2019).

Il private equity, a dispetto della terminologia, consiste nell’apertura del capitale a terzi – i fondi – e nel ricorso congiunto a capitale proprio e debito. La modalità classica dell’operazione (Lbo – leveraged buy out) vede infatti la costituzione di una newco dotata di equity e debito che acquisisce un’impresa target, con la quale poi si fonde per far coincidere la generazione di cassa con la titolarità del debito.

La leva finanziaria può essere più o meno accentuata e la sua messa in pratica (cosiddetta «acquisition finance») comporta di solito l’intervento delle banche tradizionali, a dimostrazione del loro ruolo centrale. Il controllo particolarmente invasivo da parte del fondo, sia in termini di governance che di performance aziendali, è finalizzato a consentire il raggiungimento di un ritorno dell’investimento (Irr – Internal rate of return) a doppia cifra e a garantire in cinque anni un exit, che solitamente avviene mediante:

  • la quotazione in borsa;
  • il trade sale, ovvero la vendita ad un soggetto industriale;
  • il secondary buy out, ovvero il passaggio da un fondo all’altro;
  • il riacquisto dell’imprenditore.