La stretta sulle auto aziendali divide datore e dipendente

L’inasprimento della stretta sul fringe benefit per alcune auto aziendali, scattato il 1° gennaio, crea interessi contrapposti fra lavoratore e datore. Ora, vista dall’azienda, la concessione del benefit conviene se l’auto non è molto costosa, altrimenti diventa vantaggioso dare al dipendente un rimborso chilometrico per le trasferte di lavoro con la sua vettura personale.

Il lavoratore ha invece convenienza a ricevere in benefit un’auto solo se costosa. Fino al 2013, l’auto aziendale era vantaggiosa per entrambi. Poi le deduzioni dei costi per le imprese sono state tagliate, mentre il dipendente non ne ha mai avute. Così a nessuna delle parti conviene spendere tanto.

Ma queste conclusioni sono così nette solo per modelli colpiti dalla stretta (emissioni di CO2 oltre i 160 g/km) nel caso in cui i viaggi di lavoro comportino percorrenze di 40mila chilometri annui. Molto, per chi l’auto aziendale la usa poco in ambito lavorativo e la sfrutta più per il tempo libero. Inoltre, per il datore, i costi dell’auto aziendale sono calcolati su dati medi ufficiali nel caso di acquisto con gestione diretta della flotta, ma formule diffuse come leasing e noleggio possono far risparmiare.

Per il dipendente la convenienza dell’auto aziendale scende se vede i contributi Inps come costo e non come incremento della futura pensione; dando peso a quest’ultima, conviene avere la vettura dell’azienda anche se costa meno, nonostante la tassazione Irpef e Inps sul compenso in natura.