Beni immateriali rivalutabili anche se non iscritti in bilancio

Possono essere rivalutati i beni immateriali ancora tutelati giuridicamente alla data di chiusura del bilancio in cui è effettuata la rivalutazione anche se i relativi costi, seppur capitalizzabili nello stato patrimoniale, sono stati imputati interamente a conto economico.

È uno dei chiarimenti contenuti nella versione finale del documento interpretativo 7, relativo agli aspetti contabili della rivalutazione dei beni d’impresa e delle partecipazioni, diffusa dall’Organismo italiano di contabilità.

In proposito, le motivazioni dell’Oic chiariscono che non sarebbe corretto generare una disparità di trattamento tra le società che hanno deciso di iscrivere a conto economico i costi di registrazione di un marchio rispetto a quelle che, a parità di condizioni, hanno deciso di capitalizzare tali costi tra i beni immateriali. Tuttavia, le motivazioni avvertono che la rivalutazione dei beni immateriali tutelati, non iscritti nello stato patrimoniale, rileva ai fini civilistici.

Questo perché l’Oic ha il compito di dettare le regole contabili, ma non quelle fiscali: pertanto, il problema tributario deve essere risolto per altra via. Appare evidente che il Fisco si è accorto, piuttosto tardivamente, della convenienza del pagamento dell’imposta sostitutiva del 3 per cento che, successivamente, comporta un risparmio di imposta consistente. Questo, a differenza delle precedenti leggi di rivalutazione che prevedevano imposte sostitutive più elevate: probabilmente tale aspetto, che potrebbe comportare perdite di gettito consistenti, non era stato adeguatamente valutato in sede fiscale.

A questo punto, tuttavia, l’applicazione del principio di derivazione dovrebbe comportare la rilevanza fiscale della rivalutazione: il Fisco, infatti, potrà stabilire un’imposta sostitutiva più elevata, ma non può disconoscere la valenza fiscale di quanto fatto nel bilancio.