La Cassazione restringe il perimetro dei crediti inesistenti

Con due sentenze depositate il 16 novembre scorso, n. 34444 e 34445, la seconda delle quali conseguente alla rimessione della sezione filtro (a conferma della delicatezza della questione), la Cassazione interviene con chiarezza nel dibattitto circa la distinzione tra le nozioni di credito “inesistente” e credito “non spettante”; distinzione rilevante ai fini di molteplici disposizioni sanzionatorie e sul raddoppio dei termini di accertamento, che riconnettono un trattamento più gravoso alla prima fattispecie.

Con le precedenti pronunce 10112 e 19237 del 2017 (conformi a 24093/2020 e 354/2021) la Cassazione aveva invero affermato, con formula tranchant, che «sarebbe priva di senso logico-giuridico la distinzione tra “credito inesistente” e “credito non spettante”».

 

Il fine non sempre giustifica i mezzi. A ben vedere, infatti, nelle vicende oggetto dei giudizi (la Cassazione è pur sempre giudice di un caso concreto) pareva ravvisabile l’opportunità di ricorrere al termine “lungo” di accertamento per la maggiore difficoltà nel vagliare la sussistenza dei presupposti costituitivi stessi del credito (per esempio «la natura dell’investimento che ha generato il credito d’imposta» Visco-Sud, ovvero la sussistenza o meno del «diritto all’insorgenza del credito compensabile»). In questo senso dunque la Corte aveva ritenuto che, ai fini dell’individuazione del termine di decadenza dall’azione accertatrice, non avesse significato distinguere tra “non spettanza” e “inesistenza” in quanto oggetto dell’accertamento, nel caso di specie, era in ogni caso il “fatto generatore” del credito d’imposta. Di converso, una tale esigenza di garantire un maggior termine per l’accertamento difetta nelle ipotesi in cui non si discute “a monte” dell’esistenza dei presupposti al ricorrere dei quali sorge il credito d’imposta (la “spettanza”) ma, come nel caso della sentenza 34445, solo della sussistenza “a valle” del diritto di utilizzarlo in compensazione (società “non operativa” per la quale il credito Iva “esiste” ma non è utilizzabile in compensazione).

 

La Cassazione adesso accoglie tale impostazione, avviando un nuovo orientamento giurisprudenziale.

 

Le richiamate sentenze stabiliscono, in particolare, che «in tema di compensazione di crediti fiscali da parte del contribuente, l’applicazione del termine di decadenza ottennale … presuppone l’utilizzo non già di un mero credito “non spettante” bensì di un credito “inesistente”, per tale ultimo dovendo intendersi … il credito in relazione al quale manca, in tutto o in parte, il presupposto costitutivo (il credito che non è, cioè, “reale”) e la cui inesistenza non è riscontrabile mediante i controlli” formali della dichiarazione.

 

«Nella stessa definizione positiva di “credito inesistente” recata dall’articolo 13, comma 5 Dlgs 471/97, d’altronde» – precisa la Corte – «può rinvenirsi la conferma della dignità della distinzione delle due categorie in discorso, già sulla base dell’originario impianto normativo concernente la riscossione dei crediti d’imposta indebitamente utilizzati dal contribuente, mediante l’emissione dell’atto di recupero di cui all’articolo 1, comma 421, della legge 311/2004».

 

Secondo la Cassazione è assai significativo che tale ultima disposizione si riferisca in linea generale alla «riscossione dei crediti indebitamente utilizzati in tutto o in parte, anche in compensazione», mentre l’articolo 27, comma 16 decreto legge 185/08, che estende il termine di decadenza all’ottennio dal relativo utilizzo, concerna invece la sola «riscossione di crediti inesistenti utilizzati in compensazione», ossia – già intuitivamente, sul piano semantico, prim’ancora che giuridico – a una fattispecie necessariamente più ristretta rispetto a quella generale, evidentemente ritenuta più grave.

 

Le richiamate pronunce assumono particolare rilievo sia per la gestione dei contenziosi pendenti che nell’attuale contesto disciplinare in cui il credito d’imposta rappresenta lo strumento principe per la veicolazione di contributi pubblici ai privati (basti pensare alla disciplina del superbonus e relativi “fratelli minori”).

 

Un riflesso è da attendere anche sul piano penale – cui invero la sezione tributaria non fa cenno – posto che la distinzione tra le fattispecie di “non spettanza” e “inesistenza” dei crediti differenzia il regime sanzionatorio del reato di indebita compensazione previsto all’articolo 10-quater del decreto legislativo 74/00.