Transfer pricing, in bilancio gli aggiustamenti di fine anno

L’emergenza sanitaria Covid-19 avrà inevitabili impatti sulle policy di transfer pricing di molte imprese, tra questi la necessità di effettuare «aggiustamenti» di fine anno per riportare all’interno del range di «libera concorrenza» l’indicatore finanziario relativo alla metodologia di transfer pricing applicata dal gruppo.

La Cassazione

Va detto che la tematica degli «aggiustamenti» di fine anno non è affrontata espressamente dal legislatore nazionale, né ai fini delle imposte sui redditi, né ai fini Iva. Dal canto suo, la Corte di cassazione avrebbe (per così dire) bocciato tali rettifiche (pronunce 7 novembre 2018 n. 28337 e n. 28338 e 13 luglio 2012 n. 11949). A seguire il ragionamento della Suprema Corte, le imprese non avrebbero altra alternativa, se non quella di fissare ex ante i prezzi ritenuti conformi al principio di «libera concorrenza».

Si tratta di un orientamento fortemente criticabile, dal momento che gli «aggiustamenti» di fine anno, operati come rettifica dei prezzi applicati medio tempore, come pure come «aggiustamento del margine», lungi dal rappresentare una manovra elusiva, servirebbero proprio per garantire il rispetto dell’arm’s length principle.

Gli aggiustamenti di fine anno

Al fine di evitare contestazioni e problematiche di doppia tassazione lo EU Joint Transfer Pricing Forum (Report on compensating adjustments, 2014) raccomanda che le rettifiche di fine anno vengano previste contrattualmente e vengano rilevate, ai fini contabili, da entrambi i soggetti coinvolti nell’operazione.

Qualora la correzione di fine anno sia di segno positivo (variazione in aumento) e legata a precedenti cessioni di beni o prestazioni di servizi, è necessario rettificare la base imponibile Iva.

Infatti, tutte le volte che, successivamente all’emissione della fattura o alla registrazione, l’ammontare imponibile di un’operazione o quello della relativa imposta viene ad aumentare, bisogna integrare la base imponibile e l’imposta. Per la variazione in aumento si tratta di un obbligo e non di una facoltà.

Per le correzioni di fine anno di segno negativo, invece, ai sensi dell’articolo 26, comma 2, del Dpr 633/1972 «il cedente del bene o il prestatore del servizio ha diritto di portare in detrazione ai sensi dell’articolo 19, l’imposta corrispondente alla variazione, registrandola a norma dell’articolo 25». Si tratta, quindi, di un diritto e non di un obbligo: la variazione in diminuzione può essere legittimamente operata anche solo documentando l’ammontare della correzione monetaria, senza intervenire sull’imposta (cosiddetta «nota di credito fuori campo Iva»).

 

L’Iva scatta se c’è legame operazione-corrispettivo

Per gli aggiustamenti transfer pricing calcolati ai fini delle imposte dirette, l’Iva scatta solo se esiste un corrispettivo e un collegamento tra tale corrispettivo e l’operazione originaria. Questa è la posizione espressa dalla Commissione Europea e sposata dalla maggior parte degli Stati Ue (si veda la tabella in alto).

Le regole in materia di transfer pricing sono volte a determinare il valore normale di una transazione tra parti collegate mentre la base imponibile ai fini Iva corrisponde, quale regola generale, al corrispettivo effettivamente pagato a fronte di una cessione di beni ovvero di una prestazione di servizi. In ambito Iva, il valore normale è circoscritto e può essere applicato con la finalità di prevenire evasioni ed elusioni.

L’Iva, inoltre, è un’imposta che si applica sulle singole transazioni, mentre l’aggiustamento ai fini del transfer pricing policy viene tipicamente effettuato “per masse”.

La tematica che si pone è se l’aggiustamento operato ai fini transfer pricing possa qualificarsi come un corrispettivo rilevante ai fini dell’Iva. Per tale imposta non è richiesto che il corrispettivo sia pari al valore normale: ai sensi dell’articolo 73 della direttiva 112/2006/Ce rileva quanto effettivamente versato al fornitore. Dovrà poi essere possibile trovare un collegamento diretto tra l’adjustment e la specifica transazione.

La questione è ampiamente dibattuta sia a livello comunitario sia a livello nazionale, ma ad oggi non vi sono indicazioni vincolanti e soprattutto uniformi nei vari Stati membri.